Il risarcimento del “nuovo” danno non patrimoniale e la sua funzione

Con il codice civile del 1942 è stato espressamente previsto, all’art. 2059, il risarcimento dei danni non patrimoniali, sebbene soltanto nei casi “determinati dalla legge”. In un primo momento, tale figura di danno veniva configurata essenzialmente come danno morale soggettivo, come sofferenza interiore, insuscettibile di misurazione alla stregua di un parametro obiettivo, com’è, invece, il mercato nel caso dei danni patrimoniali. Con il conseguente problema di individuare la funzione del risarcimento e i relativi criteri di quantificazione, dato che la mancanza di un parametro obiettivo di misurazione che consenta di instaurare una equivalenza giuridica tra danno e risarcimento rende più difficile parlare di funzione compensativa. Peraltro, tale problema si è posto con ancora maggiore rilievo a seguito delle c.d. sentenze di San Martino del 2008, con cui la Cassazione ha dato una interpretazione costituzionalmente orientata dell’art. 2059 c.c., configurando una categoria unitaria di danno non patrimoniale all’interno della quale confluiscono tre distinte voci prive di autonomia ontologica: danno biologico, danno morale e danno esistenziale.    
Senonché la giurisprudenza di legittimità successiva al 2008 ha riaffermato l’autonomia ontologica delle diverse voci di cui all’art. 2059 c.c. ed ha insistito sulla necessità di garantire l’integrale risarcimento, prospettando differenze strutturali tra i diversi tipi di danno non patrimoniale con conseguenti inevitabili differenze funzionali.  
In questo contesto, il danno biologico è l’unico tipo di danno in relazione al quale sembrerebbe prospettabile una funzione compensativa del risarcimento in quanto la medicina legale offre un criterio di misurazione obiettiva attraverso il quale è possibile instaurare un rapporto di corrispondenza tra danno e risarcimento. La mancanza di analoghi criteri di misurazione in relazione alle altre due voci del danno non patrimoniale – danno morale e danno esistenziale – rende, invece, necessario il richiamo ad altre funzioni, come la funzione satisfattiva e la funzione solidaristica, ed impone l’utilizzo di criteri di quantificazione, quali la gravità dell’offesa e le condizioni del danneggiato, che esulano dal pregiudizio subito di per sé considerato. Inoltre, nel caso del danno morale, la circostanza che per la determinazione del quantum si tenga altresì conto della gravità soggettiva dell’illecito sembrerebbe prospettare anche una componente sanzionatoria del risarcimento.  
A differenza di quanto avveniva in passato, tuttavia, la più recente evoluzione giurisprudenziale impone al giudice di valutare le peculiarità strutturali e funzionali delle diverse voci di danno nel contesto di una liquidazione unitaria e nel rispetto del dovere dell’integrale risarcimento, da un lato, e del divieto delle duplicazioni risarcitorie, dall’altro, prestando sempre particolare attenzione al concreto atteggiarsi del danno non patrimoniale. Solo alla luce di tali principi, infatti, appare possibile mediare tra le contrapposte esigenze di garantire adeguata tutela, assicurando il ristoro di tutti i pregiudizi alla persona in concreto sussistenti, e di evitare richieste pretestuose a detrimento dell’autore della lesione.